
C’è un luogo, a Gerusalemme, dove l’elemento primordiale, la roccia, diventa scultura, poi luce, poi ombra e, ancora, suono. Si trova accanto alla Biblioteca Nazionale. Non è un caso.
Inutile cercarlo tra le pagine delle guide turistiche più gettonate – è stato inaugurato solo nel 2023 – e i gruppi di pellegrini chiassosi, sempre affamati di tempo, non giungono fin là. Si dovrebbe trovare, invece, il tempo per camminare, toccare, interagire con i giochi di ombre creati dalle Lettere di Luce.
Come un moderno Stonehenge, un cerchio di pietre si staglia contro il cielo turchese,circondato da eleganti aiuole di lavanda, agave, margherite e capperi. Non fermatevi subito nel piazzale, cercate l’entrata sotterranea. È un corridoio dai muri in cemento dipinto di bianco, stretto come l’apertura delle corde vocali da cui l’aria emerge per diventare suono, dopo aver accarezzato le incisioni delle gutturali het ( ח, l’ottava dell’alfabeto ebraico), ayin (ע la sedicesima), heh (ה la quarta). Infine, il tunnel si allarga in uno spazio asettico, una bocca legata al piano superiore da tre aperture nel soffitto: ciascuna ha la forma della prima lettera degli alfabeti arabo, ebraico e latino, il primo suono di ogni essere quando viene alla vita. Dalle aperture filtra il sole che proietta sul pavimento i profili delle alef ebraica (ﬡ), araba (ﭑ) e della A latina, profili in movimento continuo da est a ovest, che nascono all’alba e muoiono al tramonto, in un incessante ciclo universale.
Al livello superiore, nel piazzale, camminate all’interno e all’esterno in un cerchio di sculture ad altezza d’uomo. La pietra proviene dal cratere Ramon, nel deserto del Negev: chilometri di gole e wadi che ricordano il paesaggio primordiale nel libro della Genesi. Le forme di pietra sono levigate solo in parte, grezze nelle parti esterne e lisce nel taglio secco e netto: natura e azione umana, insieme.
Secondo la cabala, è dalle lettere che fu creato il mondo, e proprio quest’atto creativo ha ispirato l’autore, l’artista israeliano Micha Ullman: le sculture sono ideate affinché le loro ombreriproducano le ventidue lettere dell’alfabeto ebraico, ventidue segni che, in combinazioni infinite, compongono i volumi della Biblioteca Nazionale e, più in generale, del sapere umano. Le ombre proiettate dai vuoti e dai pieni delle sculture sono le vere protagoniste: i raggi del sole scrivono segni che diventano suoni e parole. Le ombre si accorciano o si allungano a seconda delle stagioni, interagiscono con le ombre stesse dei visitatori che muovendosi, partecipano alla nascita di nuovi significati.
Sul selciato, cerchi concentrici di mattonelle bianche e quadrate abbracciano le forme in vetro dei lucernari che illuminano il livello inferiore. Le prime lettere dei tre alfabeti, simboli delle tre religioni monoteiste, si uniscono idealmente.
Camminate. Tra le sculture le ombre si incontrano, si sovrappongono, tornano a dividersi. Basta un semplice spostamento laterale, un passo avanti o indietro, per modificare le proiezioni di forme. Un gioco? No, un atto creativo che rimanda a un’installazione precedente dello stesso artista. A Berlino, a Bebelplatz, Ullman ha composto una biblioteca sotterranea di scaffali vuoti, a memoria della terribile notte del 10 maggio 1933, in cui i nazisti bruciarono centinaia di testi ritenuti antitedeschi. Dalla distruzione della lingua a Berlino, alla rinascita della parola a Gerusalemme.
Per il Giardino delle Rose, basta attraversare la strada.