
«Cos’è questo?» chiede una mia lettrice, mentre le sto firmando una copia di Gerusalemme ancora, al termine della presentazione alla biblioteca di Sirmione. Si riferisce al pendente d’argento che spicca luminoso sul mio abito scuro.
«L’ho comprato a Gerusalemme. Nel libro troverai un intero capitolo su questo simbolo» rispondo sorridendo, e dal suo sguardo capisco che ho suscitato una certa curiosità.
Lo indosso spesso e spesso mi viene chiesto il suo significato. Si tratta del simbolo ebraico chai e significa “pienezza di vita”. In ebraico, ogni lettera ha un valore numerico, legato a uno o più significati. La ghematria è un sistema di interpretazioni, di associazioni e di analogie tra lettere dell’alfabeto, numeri e parole: attraverso una complicata e ricca simbologia si scoprono verità universali e corrispondenze profonde tra il mondo umano e l’universo. Il numero diciotto, chai, è considerato una sorta di portafortuna e viene indossato sotto forma di ciondolo; nel testo biblico è ricorrente in riferimento a benedizioni, al nome di Dio nella preghiera liturgica di Shema, Israel (Ascolta, Israele) e in alcuni salmi. È formato da due grafemi: le lettere het (ח otto) e yod (י dieci). La loro combinazione origina interessanti spunti di riflessione.
Het rappresenta la trascendenza, ciò che esiste oltre il numero sette. La creazione, avvenuta in sei giorni secondo il testo biblico, è seguita dalla spiritualità del riposo, del giorno dedicato a Dio. Il numero sette, somma di tre e quattro, esprime l’unione tra l’umano (quattro, numero del mondo) e il divino. Il numero otto, in conseguenza, allude al superamento del limite e ricorre in vari modi nella liturgia: nella musica (sette strumenti più il coro), nella preparazione di oli e incenso, nella vestizione del Sommo Sacerdote. Il “disegno” della het conserva il significato di accordo e pace, espresso dal segno superiore, quasi un’unione dei suoi due sostegni, le lettere zain.
La lettera yod è la decima negli alfabeti semitici (fenicio, aramaico, ebraico, siriaco e arabo) e ha come valore numerico il dieci, che significa “completezza”. L’ideogramma è di origine fenicia; rappresenta una mano aperta su un braccio alzato ed è costituito da tre parti: il trattino superiore è un riferimento alla luce del trascendente; il trattino inferiore, chiamato “sentiero”, rappresenta le forze della natura; il corpo centrale rappresenta la sapienza. Dall’alto al basso è il percorso del trascendente che, tramite la sapienza, incontra la realtà.
Yod è anche un punto d’inizio, dal quale hanno origine spazio e tempo; è una radice, il primo tratto che si imprime su un foglio bianco e che contiene in sé lo sviluppo di tutte le lettere e, dunque, il futuro. Questa è la lettera più piccola dell’alfabeto ebraico, ma ha un posto d’onore, essendo la prima lettera del tetragramma sacro, il nome di Dio (Y-H-V-H).