

«Stiamo entrando della cosiddetta “Gaza Envelope”: non entità geografica, ma territorio di sicurezza di dieci chilometri dal confine tra Gaza e Israele. Ci lasciamo alle spalle Ashdod e tra poco arriveremo a Sderot. Anche se da qualche tempo non risuonano le sirene antimissile di Iron Dome, il nostro sistema di intercettazione, non si sa mai. In realtà l’allerta nella “Envelope” è diversa dal resto d’Israele; al posto delle sirene, qui gli altoparlanti diffondono due parole: zteva adom, cioè allarme rosso. Le procedure cambiano. Se siete in aree aperte, coricatevi proni sul terreno e coprite la testa con le braccia per ripararvi il capo; l’ultima volta ho dovuto coricarmi sull’asfalto bollente e mi sono rovinato le braccia. Oltre alla violenza dei razzi, il pericolo viene dalle schegge di metallo, pietra e vetro. Se, invece, siete nei pressi di un rifugio, avete quindici secondi di tempo per raggiungerlo. I rifugi sono ben identificabili, li vedete? Solo in quel parcheggio ce ne sono quattro. Li trovate un po’ ovunque, soprattutto in prossimità di fermate d’autobus o luoghi pubblici».
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